La ferita del reale e il riscatto della letteratura: Flannery O’Connor

Quando nel 1965, un anno dopo la precoce morte dell’autrice, viene pubblicata la raccolta di racconti Punto Omega di Flannery O’Connor, gli Stati Uniti, ancora nel pieno della guerra fredda e impantanati nel conflitto del Vietnam, sono scossi da profonde tensioni interne. La lotta per la parità dei diritti degli afroamericani è in piena fase di deflagrazione. Malcolm X è appena stato assassinato, a colpi di pistola, durante un discorso pubblico a Harlem. Martin Luther King è all’apice della sua parabola civile: ha da pochi mesi ricevuto il premio Nobel per la Pace. Il presidente americano Johnson, a marzo, ha presentato la legge sul diritto al voto che ha lo scopo di proibire la discriminazione razziale e linguistica nelle elezioni.

Martin Luther King e Flannery O’Connor sono nati entrambi, a distanza di quattro anni (1925 lei, 1929 lui), nell’assolata e arretrata Georgia della Bible belt, il profondo Sud degli Stati Uniti immortalato da William Faulkner: la Georgia dalle radici rurali e religiose, dalle sterminate piantagioni di cotone coltivate dagli schiavi afro-americani, la Georgia roccaforte della discriminazione razziale.

Flannery O’Connor trascorre in Georgia quasi tutta la sua vita, condizionata da una malattia immunitaria debilitante che si manifesta per la prima volta quando ha venticinque anni. Ma un’eccezione importante è costituita dal periodo di formazione trascorso presso la scuola di scrittura dell’Iowa, nel Midwest, nella fucina di talenti letterari che teorizza e insegna lo Show Don’t Tell magistralmente illustrato da Ernest Hemingway, e che tanto peso avrà nella narrativa di O’Connor stessa. Vive nel chiuso della fattoria di famiglia, dove viene accudita dalla madre (modello ideale di tanti personaggi femminili dei suoi racconti) e si dedica alla scrittura fino agli ultimi giorni, anima sensibile in cerca della grazia divina e, allo stesso tempo, anima tormentata, incapace di considerare conclusiva qualunque risposta terrena alla domanda di senso.

Si potrebbe in un certo senso dire che di questa Georgia, se il pastore e predicatore Martin Luther rappresenta la faccia diurna della lotta per l’affermazione dei diritti civili, la scrittrice Flannery è lo specchio notturno e letterario, quello che mostra il rovescio, la fragilità, la radice del Male e della ferita. Ma sarebbe una rappresentazione solo parziale del significato della sua opera.

Nel suo fertile sacerdozio letterario O’Connor scrive due romanzi e due raccolte di racconti, offrendoci un ricchissimo campionario di umanità sofferente. Il suo scandaglio, incentrato su una visione religiosa e cristiana dell’esistenza, ritrae il bigottismo, l’arretratezza, i turbamenti, il razzismo della popolazione bianca del profondo Sud, condizionata da un passato culturalmente ingombrante e sfidata nelle proprie intime convinzioni dal vento della modernizzazione, da quei «negri [che] il cotone non vogliono raccoglierlo più», che agiscono da spettro della popolazione bianca in molti dei suoi racconti. Però lo fa, questa la peculiarità rispetto a tanti altri grandi classici del Novecento secolarizzato e ateo, in una prospettiva profondamente religiosa.

La domanda con cui il lettore moderno, allora, si accosta all’opera di O’Connor non può che essere una: come può un’autrice condizionata da una così profonda pregiudiziale religiosa concepire della letteratura universale e non parziale, cioè valida per tutti, anche per chi non crede e non postula l’esistenza di un trascendente? Può la sua letteratura risultare ambigua, sfaccettata, non confessionale e non consolatoria? Può generare, come tutti i grandi testi letterari, un surplus di senso?

Rivelazione

Una risposta a questa domanda la fornisce uno dei suoi racconti più famosi, e a nostro parere più riusciti: Revelation (Rivelazione), scritto poco prima della morte e incluso postumo nella raccolta Punto Omega

Con un riassunto telegrafico si potrebbe dire che Rivelazione è la storia di una progressione (o, meglio, regressione) interiore, quella del crescente tormento della protagonista, la signora Turpin.

La signora Turpin è bianca, benestante, crede fortemente in Dio, sostiene la segregazione razziale e classifica gli esseri umani secondo una precisa scala gerarchica, sul cui gradino più basso ci sono i “bianchi poveri” e poi i “negri”. Vive di apparenze, osserva i modi e l’abbigliamento delle persone per attribuire loro una natura morale, ha giudizi sferzanti nei confronti di tutti. Collega la salvezza dell’anima allo status sociale, e quindi pensa, sentendosi una “giusta”, di meritare la salvezza. E’ quella che, nel Vangelo, verrebbe chiamata una farisea, anche se O’Connor non usa mai questa parola nel racconto.

Nella prima lunga scena ci vengono mostrati i coniugi Turpin che fanno ingresso nell’affollata sala d’attesa del medico e avviano una conversazione di maniera con gli altri pazienti: lui dimesso e placido, lei imponente e dominante. L’unica presenza che mette in soggezione la signora Turpin è una diciottenne brutta e grassa, che legge con cipiglio un libro intitolato Evoluzione umana. Durante il dialogo la ragazza ha modo di esternare la sua inspiegabile ostilità nei confronti della signora Turpin, fino al punto di tirarle addosso il libro e di aggredirla, dicendole una frase tremenda («torna nell’inferno da dove sei venuta, vecchia scrofa brufolosa») e venendo infine bloccata e sedata dal medico.

Al ritorno a casa la signora Turpin è turbata. Non riesce a dimenticare il volto cattivo della ragazza, sospetta che sia un’emissaria dell’aldilà giunta a consegnarle un messaggio di irredimibile condanna. Scossa da una forte inquietudine, compie le azioni della routine quotidiana, fino a quando non si reca nel recinto dei maiali e non vive una tragica visione del destino delle anime: le vede in cammino, in ascesa verso il mondo ultraterreno, neri e bianchi poveri in prima fila, destinati alla salvezza, mentre la sua anima e quella di suo marito sono relegate agli ultimi posti, ardenti in mezzo alle fiamme.

Il racconto contiene, in modo esemplare, molte delle caratteristiche che hanno reso Flannery O’Connor una maestra riconosciuta della short story moderna, capace di una rigorosa e felice applicazione dello Show Don’t Tell e, insieme, di grande sapienza nel disseminare di risorse simboliche la narrazione.

Il racconto è svolto in terza persona, quasi sempre dal punto di vista della signora Turpin. Sue sono le notazioni malevole, suoi i pregiudizi feroci, suo il perbenismo bigotto e il moralismo: pensieri e frasi come «a volte la signora Turpin passava la notte a classificare la gente», «peggio dei negri», «non si poteva mai dire niente di intelligente a un negro» le appartengono intimamente. O’Connor non commenta e non giudica, sparisce dietro al personaggio, si limita a registrare dettagli e pensieri. 

La connotazione agisce potentemente, ma in modo indiretto, per esempio nell’ambientazione: la sala del medico è «poco più grande di un garage», il tavolo è pieno di riviste «flosce», il posacenere «pieno di mozziconi di sigarette e di batuffoli di cotone con delle macchioline di sangue». Il vecchio in attesa è «lungo e allampanato, con le mani rugginose aperte sulle ginocchia”, ha «gli occhi chiusi come se fosse addormentato o morto, o fingesse di esserlo per non doversi alzare e offrire il posto». Un garage sporco e angusto, oggetti flosci e cadenti, resti di umanità e di sangue, ruggine e torpore (da intendersi come peccato morale), morte. Pochi elementi, ben impilati, e siamo nel pieno di quegli scenari desolati e purulenti che caratterizzano la narrativa di O’Connor.

Narrativa in cui spicca l’eccezionale orecchio per i dialoghi: ad esempio il linguaggio universale, valido a qualunque latitudine, di una coppia consolidata di coniugi di mezza età, o il tono di chiacchiera sociale della sala d’attesa, con le ostentazioni e le prese di posizione.

Notevolissima anche l’esattezza della rappresentazione della tensione interiore della protagonista: il tormentato rapporto con il sovrappeso, l’interazione con i personaggi dello studio medico e della fattoria, dove la signora Turpin si rivela accondiscendente con alcuni e liquidatoria con altri, a seconda del peso sociale. Nel dialogo a casa, il marito evita con rodata scaltrezza il confronto con lei; ancora meglio, nella scena con i «negri», Mrs Turpin prima, in un momento di debolezza, si sfoga, poi, quando loro tentano di consolarla con delle lodi sperticate, viene colta da un moto di stizza. Dall’inizio, dalla prima apparizione, il lettore accorto sospetta l’insicurezza profonda che si cela dietro la smaniosa alterigia di Mrs Turpin: la sospetta ma non ne è certo, e questo è un merito della finezza psicologica dell’autrice.

Il riferimento letterario più evidente del racconto è nel Vangelo, nella parabola del fariseo e del pubblicano (Vangelo secondo Luca), che potrebbe essere vista come un modello del racconto, ma da cui la short story si discosta in modo significativo. Mrs Turpin rappresenta la “giusta” che è convinta di vivere in modo esemplare e pensa di avere diritto alla salvezza; gli altri personaggi, quelli minori, potrebbero essere i pubblicani, ma nulla ci autorizza a pensare che vadano umilmente a battersi il petto, chiedendo perdono, come il pubblicano della parabola. E infine Dio, invece di manifestare chiaramente la propria voce, rimane nascosto: forse la visione finale di Mrs Turpin proviene da lui, ma forse è solo un’allucinazione…

Un finale ambivalente

La chiave di volta del racconto è proprio nel finale, nella potente visione dell’ascesa all’aldilà. Si potrebbe con argomenti altrettanto validi sostenere sia la tesi della visione divina, o perlomeno di un significato trascendente nascosto dietro di essa, sia la tesi antitetica dell’allucinazione di Mrs Turpin. Fedele al principio della paziente e selettiva raccolta di fatti e di dettagli, O’Connor non ci fornisce nessun indizio che sciolga il dilemma. Quindi, in questa riproposizione novecentesca della parabola evangelica, molto modernamente non è dato avere dei pubblicani umili e pentiti, né è dato avere un Dio (un senso) che riveli con chiarezza le sue intenzioni.

Una lettura del tutto psicologistica ed empiristica del racconto, a nostro giudizio lecita, potrebbe interpretarlo come uno studio narrativo sull’effetto che le predicazioni religiose producono su una personalità incerta e suggestionabile. L’invadente dominanza di Mrs Turpin verso il marito e verso gli altri personaggi, le incrollabili opinioni sul mondo, sono bastioni della fortezza eretta da lei a guardia della propria insicurezza, dei propri tremori, dei dubbi su come vivere e su come risolvere il problema della morte; e altrettanto spiegabili, in questo senso, sarebbero la tendenza a sovrainterpretare di Mrs Turpin e l’allucinazione finale, il frutto di una forte suggestione. 

Questa ambivalenza, questa duplicità della lettura rende il racconto una potente esemplificazione della costitutiva ambiguità della produzione di O’Connor. E fornisce, anche, una risposta alla domanda iniziale: i racconti di O’Connor non sembrano postulare l’esistenza del trascendente, non si fondano su una visione metafisica, al contrario sembrano esplorare, con piglio rigoroso da osservatore, le manifestazioni della religiosità e le sue derive. Se il tormento religioso è presente, lo è come motore dello sguardo, come obiettivo dell’indagine: non come spiegazione o come rivelazione di senso, che non può che essere al di là dell’umanamente conoscibile.

Il grottesco di Flannery O’Connor

La narrativa di O’Connor è stata storicamente collegata al filone del gothic americano, del “grottesco”, nel senso di sovrannaturale, distorto, horror, anche se sul piano delle ascendenze letterarie si è soliti fare il nome di William Faulkner e di Eudora Welty, per le ambientazioni rurali e torbide nel profondo Sud. Sul piano formale O’Connor è uno degli anelli di congiunzione di un’ideale catena di maestri della short story che parte da Edgar Allan Poe (il gothic!), passa per Cechov e per il Joyce di Dubliners e prosegue, in un ideale passaggio di staffetta, fino ad Alice Munro, sostanzialmente coetanea di O’Connor ma, al momento della sua morte, ancora di là dall’esordio.

Il grottesco di Flannery O’Connor ha una peculiare curvatura realistica. Come si vede bene in Rivelazione, non sono presenti elementi soprannaturali, nulla è inspiegabile sul piano della razionalità empirica, la visione di Mrs Turpin può benissimo essere frutto di una suggestione. Vedere la realtà per quello che è, cioè deforme: questo è il grottesco secondo O’Connor. Una donna massiccia e priva di risorse spirituali paragonabile a una scrofa, un fatiscente studio medico che puzza di umanità, un’adolescente malata e dominata da mal digerite idee di modernizzazione, la povertà e il degrado della società. O’Connor ci accompagna, sciogliendosi dentro le vite interiori dei suoi personaggi, in un viaggio disturbante lungo una galleria di umanità dolente e ululante: anziani e bambini, sbandati e fanatici religiosi, uomini e donne astiosi e incapaci di amare, persi nelle loro ossessioni.

Una realtà ferita, un mondo deformato che non può che cercare salvezza nel riscatto religioso; riscatto che, però, rimane sul piano della domanda aperta. Tutto osservato, tutto rappresentato con abile disposizione delle scarne risorse di senso, metafore infilate per orientare la lettura ma nessuna spiegazione dirimente: passaggi come, per fare un esempio, «il sole era dietro il bosco, molto rosso, e guardava sopra la palizzata di alberi come un fattore che esamini i maiali», l’analogia che in Rivelazione porta a compimento l’inquietante parallelo tra uomini e maiali («sono più puliti di certi bambini», aveva detto Mrs Turpin all’inizio del racconto parlando dei maiali del proprio allevamento, e ora i lettori possono collegare tutti i puntini).

Considerazioni analoghe valgono per l’asciuttezza con cui O’Connor affronta temi e situazioni estremamente controversi: la segregazione dei neri, ma anche le gerarchie sociali (i «bianchi poveri» che sono l’altro bersaglio di Mrs Turpin). Il tono della scrittura non trema mai, non tradisce sbavature: non pende nella direzione della denuncia illuminata dal pulpito, che sarebbe, come si è visto, antitetica alla premesse del progetto letterario di O’Connor, ma nemmeno nella direzione, opposta, del compiacimento pruriginoso, dello scandalo aperto. O’Connor sembra semplicemente registrare uno stato delle cose, con cruda e disarmante semplicità. Sembra dire, con un impercettibile cenno di assenso: “Sì, le cose stanno così. Punto”.

Rimane, per chiudere, il problema della letteratura. In un mondo imperscrutabile, in una realtà ferita che potrebbe essere stata creata da un Dio (ma non è dato saperlo con certezza prima del valico finale), il problema del senso non può che essere oggetto di un’indagine semiotica, di uno studio dei segni, secondo i modi della letteratura. L’epifania, la manifestazione del Dio, non può che avvenire come un’epifania joyciana; scrutare il cielo alla ricerca di segni rivelatori (o, più angustamente, il soffitto, come fa Mrs Turpin: «come se sul soffitto ci fossero delle scritte incomprensibili») è come leggere le righe di un testo, alla ricerca cauta e difficoltosa di indizi provvisori. Show don’t Tell non è solo un precetto di scrittura, ma la modalità più corretta di rapporto con il divino.

Le due ossessioni di Flannery O’Connor, la religione e la letteratura, a ben guardare, si fondono in una cosa sola: due facce dello stesso medaglione grondante di sofferenza.

La «legge di gravità» dei rapporti umani: intervista a Matteo Marchesini

Matteo Marchesini, nato a Castelfranco Emilia nel 1979, è uno scrittore italiano, affermato critico letterario, poeta e narratore.

Tra i suoi libri ricordiamo il romanzo Atti mancati (Voland, 2013 – Premio Lo Straniero, finalista Premio Strega), i racconti di False coscienze (Bompiani, 2017) e Miti personali (Voland, 2021), i saggi critici di Casa di carte (Il Saggiatore, 2019) e di Diario di una cavia (Castelvecchi, 2023) e la raccolta poetica Scherzi della natura (Valigie rosse, 2022). Marchesini collabora con Il Foglio, Il Sole 24 Ore e Radio Radicale.

Lo abbiamo intervistato a proposito del suo ultimo libro, la raccolta di racconti Iniziazioni. Racconti di sette età (Elliot, 168 pagine), pubblicata a febbraio del 2024. Sette storie, sette momenti della vita di un uomo alla prese con il sesso, dove il sesso, però, è un punto di partenza per parlare di molte altre cose.

In questi racconti il sesso è un prisma che usi per scomporre l’identità personale, soprattutto quella maschile. Quale potere rivelatorio ha il sesso secondo te? Quali aspetti ti interessava maggiormente evidenziare?

La mia intenzione – ovviamente i risultati, poi, li giudichi il lettore – era quella di usare il sesso come rivelatore dello squilibrio di rapporto, o della mancanza di rapporto tra esseri umani.

Mi rifaccio, in un senso non tecnico ma affine, a un’espressione dello psicoanalista Sándor Ferenczi che mi è molto cara: la «confusione delle lingue». Spesso in questi racconti, infatti, ci sono esseri umani che hanno tra loro un rapporto che ha a che fare col sesso, ma il sesso è un linguaggio che per ognuno di essi ha un significato diverso (a volte si tratta di una sopraffazione, a volte di una confusione linguistica), e quindi finiscono per non capirsi.

Un caso tipico è nel primo racconto: Fabrizio e Giulio sono due ragazzini che hanno vite diverse, stanno a livelli di consapevolezza diversa, e questo crea una grande confusione. Qualcosa di simile, in maniera più minacciosa, accade nel racconto Eredità, quando retrospettivamente il protagonista ricorda il rapporto con lo zio.

La sessualità oggi rischia di essere un terreno molto scivoloso per un narratore. Da un lato c’è il rischio di risultare “scorretto”; dall’altro il rischio, molto insidioso per chi come te si propone di ritrarre l’uomo e la società con un realismo crudo, di essere mentalmente condizionato dai dettami del politically (e del socially) correct. Come hai affrontato questa difficoltà?

In realtà non l’ho affrontata, a un livello consapevole, nel senso che forse rientra in un tipo di difficoltà più ampie che ogni scrittore, a modo suo, prova ad affrontare nell’atto della scrittura. Io penso che quasi sempre la motivazione dello scrivere finzione sia quella di illuminare le zone di ambiguità dell’esistenza. Al di là del tema del sesso, e di quello che oggi chiamiamo politicamente corretto, c’è il problema di portare a galla delle realtà che stanno al di sotto della soglia della convenzione sociale, quella soglia che è utilissima per vivere ma nasconde delle zone d’ombra. Secondo me è vero quello che diceva Proust: ogni scoperta poetica ed esistenziale ha un prezzo (lui diceva addirittura che avvicina alla morte). Noi non siamo preparati a guardare ogni giorno le persone che vivono vicino a noi come se fosse la prima volta.

Quello che intendo, insomma, è che il problema penso si ponga alla radice, come problema letterario, al di là del tema del sesso o del politically correct. Da questo punto di vista mi sono reso conto che la scelta, per il tipo di scrittura che mi appartiene, non poteva che essere quella di “non difendermi”. Questo vale al di là del tema specifico del sesso, vale anche per altri aspetti, per esempio la rappresentazione dei rapporti con gli altri. Faccio il candido, diciamo. O, se vuoi, il finto candido.

Proponi, in questa e in altre opere precedenti, la forma racconto. Ti chiedo il perché di questa scelta e se, mentre scrivevi, hai avuto dei modelli formali di riferimento?

Ho la sensazione di trovarmi bene con il racconto di media lunghezza, o comunque non breve. Non so se questo ha a che fare con il rapporto che ho con la poesia. La forma che scelgo in molti casi è il racconto del tipo “momento di essere”, cioè il racconto dell’evento, dell’aura, del passaggio o del dislivello. A volte, certo, c’è anche la novella, ad esempio in questa raccolta è il caso di Storytelling, ma capita meno spesso.

Forse la forma “momento di essere” mi è congeniale perché io sono piuttosto ossessivo e, quando scrivo, tutto mi si presenta a cascata, con una certa costrittività: tutto nasce come una scarica, ha bisogno di una tensione molto forte. Sarebbe un po’ insopportabile lavorare in questo modo a lungo.

Sui modelli formali, posso dirti le letture a cui mi sono sentito vicino. Da giovane ha contato per me un autore come Moravia, così come hanno contato i racconti di Tozzi: due cose molto italiane e molto novecentesche. Sicuramente hanno contato anche i racconti carveriani. Un autore con cui sento delle affinità, senza alcun paragone di valore ma solo di motivi, è Harold Brodkey. È un autore americano della stessa generazione di Philip Roth, non molto letto, che ha pubblicato spesso dei racconti sparsi su riviste americane e che ci ha lasciato due raccolte, una giovanile (Primo amore e altri affanni) e una matura (Storie in modo quasi classico). Lo sento vicinissimo.

Entriamo nel merito dei racconti. Man hands on misery to man (Philip Larkin) è la citazione posta in esergo. In generale domina nel libro un senso di diffidenza e di asprezza nei rapporti umani, visti come un intreccio di dinamiche di potere, salvo rarissime eccezioni (mi viene in mente la ragazza protagonista di Dopo, uno dei pochissimi personaggi che compiono un gesto gratuito). È così che è fatta l’umanità?

Io sono ipersensibile a questa caratteristica dell’umanità, quella che definirei la penetrazione del sociale nelle stanze private. I rapporti di forza quasi meccanici che si creano nei gruppi penetrano, secondo me, all’interno dell’intimità: non solo nel senso che sono presenti nella coppia, o nella famiglia, ma anche nel senso che l’immaginario collettivo condiziona i rapporti umani e il modo di vedere gli altri. Una delle ragioni per cui mi è caro il saggio di Girard Menzogna romantica e verità romanzesca è proprio il concetto di desiderio mimetico. Noi molto spesso desideriamo ciò che desiderano gli altri, e questo è un modo terribile di vedere l’altro, perché l’altro finisce per stare in una sorta di borsa valori. Quando pensiamo di essere soli con l’altro, in realtà intorno a noi ci sono un sacco di voci che affollano la stanza: le voci dello snobismo, delle identità che non si sentono sicure e quindi hanno bisogno di conferme esterne. E poi sì, la vera e propria sopraffazione, che non è cattiveria, ma, come diceva Simone Weil, è quasi una «legge di gravità». Bisogna fare un grosso sforzo, io credo, per non esercitare un potere, o per non subirlo, quando esiste uno squilibrio: è come una legge fisica.

E poi, forse, quella citazione di Larkin è anche riferito al fatto che le storie non parlano semplicemente di coppie o di incontri erotici, ma anche di famiglie. 

I tuoi personaggi (l’esempio più calzante è il protagonista di Conoscersi) sono estremamente consapevoli delle maschere e delle pose con cui gli altri li vedono, tanto che mentre agiscono, e magari prima di agire, pensano a come verranno visti dall’esterno, e in base a questo decidono come comportarsi… Vuoi commentare?

Credo sia vero. E credo che sia sempre riferito alla mia ossessione “girardiana”, cioè all’idea che gli esseri umani si vedano continuamente nello specchio sociale, e abbiano una sorta di ipercoscienza paralizzante. Una ipercoscienza che magari è una fantasticheria distorta, ma che produce degli effetti reali, perché produce una certa postura fisica, un certo modo di essere, e anche nel sesso produce degli effetti. Il protagonista di Storytelling, oltre a essere un caso di “manipolatore manipolato”, cioè sconfitto dalla sua stessa manipolazione, è uno che viene punito perché non ha un rapporto limpido col proprio desiderio. Non si rende conto che quel desiderio non è suo, non gli appartiene, ma deriva da un meccanismo sociale. Non sa più ciò che vuole.

Penso che questo aspetto sia anche legato al rapporto equivoco tra i personaggi, che fa tutt’uno con la loro identità. In molti casi si trovano in una fase di passaggio di età: stanno imparando, andando a tentoni, senza aver avuto un modello. Di conseguenza, questo loro guardarsi con gli occhi dell’altro è un modo di darsi un’identità che sentono di non avere.

Prova, la storia di un diciottenne che si annoda la cravatta in bagno prima di andare al funerale del padre, un uomo ingombrante con cui aveva un rapporto complicato, è probabilmente, per complessità e per profondità, il racconto più ambizioso della raccolta. Cosa ti proponevi di raccontare?

È l’unico racconto che usa in modo considerevole la tecnica del flusso di coscienza, perché si parla di un adolescente nella cui mente tutto è informe e disordinato: tutto precipita senza che lui sappia dare un ordine. Questo ha a che vedere con la sua grande vergogna, in parte tipica dell’adolescenza, in parte assimilabile alla vergogna di altri personaggi del libro. Ogni cosa lo ferisce perché ogni cosa gli fa sentire che lui non ha confini identitari precisi, né fisici né psicologici. Sembra addirittura insicuro su come ha vissuto il sesso, ha quasi bisogno, dopo averlo sperimentato personalmente, di vederlo in un tutorial!

Poi c’è un’altra ragione, legata a un’ispirazione linguistica alla base del racconto: la pretesa di costruire un racconto completamente narrativo, quindi non una prosa poetica, ma una concatenazione di situazioni e di frasi in una sorta di saturazione da poema, da poema che va letto di seguito.

A livello tematico mi proponevo la descrizione di questa invasione delle sensazioni che avviene, tipicamente, quando non sai chi sei. Il protagonista è un piccolo Amleto, sente fortemente l’esercizio della forza su di sé, per esempio nel rapporto col padre e con la sua prorompente vitalità, evidente anche nella malattia.

Nel racconto Eredità sfiori l’indicibile, cioè il tema delle molestie ai bambini, che pochissimi altri scrittori hanno osato toccare: penso a Walter Siti con Bruciare tutto, anche se lui, a differenza tua, ci è entrato di peso. Come ti sei accostato a quel passaggio?

Forse rispetto ad altri racconti e ad altre situazioni, paradossalmente, quel passaggio mi ha creato meno imbarazzo, perché le possibilità in questi casi sono due: o si ha una vicenda biografica ratificata oppure, se non la si ha e si parte da spunti esterni, non è, o perlomeno per me non lo è stato, la cosa più difficilmente dicibile. Mi pareva che aiutasse a definire una situazione in cui l’identità, e le cose belle e vitali che il personaggio vive, sono inseparabili da ciò che gli è stato fatto. Per esempio lui si accorge, molto tardi nella sua vita, che le partner che ha avuto probabilmente hanno vissuto delle esperienze simili alla sua.

Devo aggiungere, però, una cosa. Se ricordo bene, proprio nel libro di Siti che hai citato c’è una frase che dice aforisticamente: «ogni educazione è uno stupro». Al di là del tema della violenza sui bambini, sicuramente presente nel racconto, la verità che volevo far emergere, per cui io ho una ipersensibilità, è l’invasività e la sopraffazione insita in tutti i rapporti educativi. Ho letto molto Ivan Illich e le cose che lui ha scritto sulla descolarizzazione della società, quando lui dice che i bambini sono gli unici esseri umani che non hanno dei diritti costituzionali…. Una forma di costrizione è fisiologica nell’educazione, non se ne potrebbe fare a meno, ma io la percepisco come se fosse un atto di violazione di un essere umano. Probabilmente questo racconto viene fuori anche da lì. La sopraffazione ha educato il protagonista a tirare fuori il suo talento, e le due cose non sono separabili.

Bologna e l’Emilia rurale sono spesso la cornice, molto densa, di questi racconti, ma trovo che la vera cornice del libro sia il ceto intellettuale di formazione umanistica degli anni duemila: l’ego, le pose, la forma mentis e le convenzioni. Un ceto precario, socialmente poco autorevole, in crisi perché in transizione da schemi di pensiero tradizionali a quelli legati al riconoscimento del fatto che le idee e i libri oggi sono una merce all’interno di un sistema mercato (ad esempio nella disillusione compiaciuta del protagonista di Storytelling). Era uno dei tuoi propositi?

Sicuramente è un tema che mi appartiene, me ne sono occupato anche altrove, ad esempio nei miei saggi. Il tema della cultura percepita come merce è un tema vissuto diversamente dalle diverse generazioni. In un breve articolo contenuto in Diario di una cavia parlo dei bianciardiani di oggi, i “quartari”, che sono diversi da Bianciardi perché non hanno i suoi scrupoli, non sentono che c’è qualcosa che non va in quello che fanno. Non hanno i suoi problemi di rimorso, che invece secondo me dovrebbero essere grossi: io non mi sento molto a posto con questa situazione. Si parla in generale di una generazione diventata adulta a cavallo del duemila, gli anni in cui l’industria della cultura ha vissuto un’accelerazione che corrisponde alla fine dell’ultima ondata umanistica, assieme naturalmente alla trasformazione dei media.

Pratichi la scrittura secondo vari generi: sei un critico letterario, un poeta, hai scritto un romanzo e delle raccolte di racconti. Come cambia il tuo approccio alla scrittura? C’è un genere che senti più congeniale?

In realtà si sono sempre alternati in modo naturale. È vero che la scrittura saggistica è diventata un mestiere per me, ma io non riesco a viverla come tale. Scrivo sempre come se anche quel francobollo breve, da giornale, potesse essere strappato da lì e far parte di un libro. Sento che i tre generi mi appartengono allo stesso modo.

Quando è uscito Miti personali, ho pensato che in quel libro ci fosse una strana condensazione, uno strano incrocio, tra le tre dimensioni: un’idea saggistica, un’esecuzione narrativa e una sostanza lirica. Però non saprei davvero dire quale sia il genere più congeniale, li sento tutti e tre miei. 

E tra poesia e prosa?

Direi questo: le mie cose scritte in versi non appartengono né a una tradizione orfica-ermetica né a una tradizione narrativa. Sono spesso testi brevi che, se hanno un’ossessione, è molto di tipo architetturale, nel senso di una stratificazione. Rimane tutto lì, condensato nel punto.

Nel racconto accade qualcosa di simile, come ti dicevo prima, perché tutto si concatena rapidamente, però c’è una dimensione diversa, quella mimetica: amo i narratori che fanno agire i personaggi iuxta propria principia. Spesso ne esce un approccio quasi fisico: durante la scrittura il tentativo mimetico è un tentativo di immedesimazione, quasi da attore senza gesti. Questa è una differenza molto forte, e un’affinità paradossale con alcuni tratti della produzione saggistica, in cui ogni tanto è in gioco anche una narrazione mimetica.

L’estate come categoria dello spirito: intervista a Francesco Pecoraro

Francesco Pecoraro, romano classe 1945, è autore di alcune delle più importanti opere di narrativa italiane degli anni duemila, come La vita in tempo di pace (2013, finalista al Premio Strega) e Lo stradone (2019, finalista al Premio Campiello).

A marzo del 2023 ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Solo vera è l’estate (Ponte alle Grazie, 208 pagine), in cui le vicende di tre amici trentenni e della comune amica e amante Biba si intrecciano con l’enormità degli eventi del G8 di Genova.

In questa intervista Pecoraro ci parla di un po’ di cose: della genesi del romanzo, del suo rapporto con i personaggi, di alcuni aspetti del suo processo di scrittura e anche della centralità delle opere di Beppe Fenoglio nelle sue riflessioni.

Partirei dalla forma. Solo vera è l’estate è un libro più snello e, da un punto di vista narrativo, retto da un’architettura più classica dei precedenti. È stata una scelta a priori o si è imposta durante la scrittura?

È stata una scelta a priori. Dopo la pubblicazione de La vita in tempo di pace, nel 2013, mi sono detto che non potevo continuare a scrivere in quel modo, aggregando materiali eterogenei. Non mi sembrava né serio, né professionale. Mi sono detto che bisognava inventare dei personaggi, costruire delle storie, scrivere i libri dall’inizio alla fine. Non va bene scrivere il finale del libro dopo due anni perché per due anni non lo si è avuto in mente. E questo, nonostante molte persone a cui ne ho parlato al tempo non fossero d’accordo…

Però ci ho messo dieci anni per farlo, perché nel frattempo seguitavo a scrivere nell’altro modo. Devo dire che è stata una cosa fatta anche con un certo piacere, però ci ho messo un certo tempo a capire in che modo impostare il lavoro, soprattutto sui personaggi: capire chi fossero, che faccia avessero… Poi, quando ho cominciato a scrivere, la scrittura è stata abbastanza fluida, soprattutto nei dialoghi, che erano quelli che mi preoccupavano di più, perché inizialmente doveva essere un libro meno tradizionale di quello che è venuto fuori, interamente costruito sui dialoghi tra tre persone. Biba non doveva comparire mai, doveva essere una presenza esterna, legata ai tre da un rapporto di potere. A un certo punto, molto in là, è comparsa e si è fatta strada.

C’è da dire che in generale non progetto mai i miei libri. Mi è riuscito di progettare al massimo qualche racconto.

Il protagonista è in realtà è un acronimo: GEF, che sta per Giacomo Enzo Filippo. Per Biba, l’amica e amante dei tre, i tre amici sono una cosa sola; nel libro l’idea della fusione tra i tre, simboleggiata dal microcosmo della Yaris su cui viaggiano e si relazionano, è ben presente. A me sembra però interessante anche la dinamica delle differenze psicologiche e intellettuali: l’ideologo strutturato, il riflessivo «cripto-depresso» e l’empatico seduttore. Perché hai preferito evitare che uno dei tre personaggi prevalesse?

Permettimi intanto di precisare che ognuno, ovviamente, può vederci i simboli che desidera, ma io nella scrittura non ragiono per simboli. Non scrivo le cose perché significano altro da quello che significano. Questo mi sta a cuore precisarlo.

Per venire alla tua domanda: di fatto prevale Giacomo, perché è quello più intelligente, o, meglio, quello più acculturato, quello che, da studioso di Filosofia, sostanzialmente possiede gli strumenti del pensiero. Per gli altri è diverso. A Filippo non importa per niente pensare, e a Enzo, non dico che non importi per niente, ma quasi…

Detto questo, c’era anche una certa idea di egualitarismo all’interno di un rapporto amicale. Quello che io volevo rappresentare era un rapporto di amicizia quasi ideale, un po’ come quello che avevo osservato in un certo periodo della vita di mio figlio, in cui lui portava degli amici in campagna e io notavo questa loro capacità di essere completamente rilassati, di non doversi dimostrare niente l’uno con l’altro.

È infatti ben rappresentata l’atmosfera di cazzeggio tra maschi…

Il cazzeggio è una delle cose più preziose che esistano. Soprattutto il cazzeggio dei tre, che non è totalmente cazzeggio, perché contiene elementi di riflessione. Filippo ed Enzo chiedono aiuto in maniera indiretta a Giacomo, soprattutto per interpretare la fase storica in cui si sta verificando l’evento di Genova. A loro il G8 interessa fino a un certo punto, perché, come è successo anche a me alla loro età, a trent’anni si è intenti a trovare un proprio posto nella vita, ad affermarsi professionalmente.

Ce n’è uno per cui Francesco Pecoraro simpatizza? O, anche, uno che ha creato più difficoltà nella scrittura, nell’immedesimazione?

Simpatizzo, come credo tutti quelli che hanno letto il libro, per Filippo. Difficoltà di scrittura invece no, questo no, per nessuno di loro. C’è una certa immedesimazione in Enzo, anche perché fa un mestiere analogo a quello che ho fatto io per quarant’anni.

Arriviamo al quarto protagonista, che è quello occulto. Nei dialoghi e nelle riflessioni dei personaggi non mancano le interferenze, a volte addirittura saggistiche, di un Io di cultura e generazione differente, assimilabile all’autore o ai suoi alter ego letterari. Carlo Mazza Galanti scrive nella sua recensione per Il Tascabile che il «realismo salta, e ci ritroviamo in quel campo magnetico dell’io che sprigionano autori egotici come Walter Siti e lo stesso Pecoraro»: ti rivedi in questo giudizio? Che giustificazione ti sei dato per questa scelta a livello narrativo?

Direi intanto che rifiuto l’aggettivo “egotico”. Una cosa è essere presenti in quello che si scrive senza fingere una qualche alterità che in realtà non c’è, altra cosa è essere egotici, cosa che significa accarezzare il proprio ego.

In questo libro mi ero proposto alcune cose. La prima: adottare la postura del narratore onnisciente, senza i problemi che mi sono posto nei libri precedenti di mettermi all’altezza dei personaggi. La seconda: avvalermi della libertà di intervenire nella vicenda come soggetto narrante. Non è che vi abbia fatto ricorso in modo pesante, ma un po’ l’ho fatto. Però l’obiettivo non era autorappresentarmi: l’ho fatto perché non sapevo in che altro modo dire certe cose che mi stavano a cuore.

A partire dal titolo è centrale il concetto di “estate”, io direi proprio di “balnearità”: il piacere fisico, lo stare a mollo rimuovendo le preoccupazioni, la pura superficie. Allo stesso modo, Biba (spoiler alert) nel finale sembra scegliere finalmente uno dei tre poli: è Filippo, che simboleggia proprio l’indolenza empatica, il benessere, il rapporto meno problematico con l’altro (senza i complessi schemi ideologici di Giacomo e la riflessività profonda e sfiduciata di Enzo), in una parola il mondo della vita. È una lettura corretta?

A parte la coincidenza dell’“estate” con la “balnearità”, che rifiuto in toto, per il resto sì. Assolutamente sì. L’estate è una categoria dello spirito, uno stato metafisico in cui avvengono delle esperienze particolari. Ma l’aspetto della spiaggia, della balnearità, non entra nel libro.

C’è una scena del libro, molto bella e perturbante, in cui si parla di un piccione malato. Il piccione malato mi risulta sia stato addirittura il primo titolo provvisorio del materiale che si accumulava nel tuo pc, giusto?

Tutto nasce da un episodio raccontatomi da mio figlio. Una notte, mentre dormiva nella casa al mare, fu svegliato da un rumore, trovò questo piccione ferito e si pose il problema di come gestire la situazione. Lui in realtà non lo ammazzò, credo sia riuscito a chiuderlo fuori.

Si capisce dal punto in cui la scena è posizionata che è uno dei nuclei emozionali del libro, anche se in termini di pura funzionalità narrativa non ha un ruolo rilevante. Vuoi commentare?

Sì, doveva essere un nucleo emozionale del libro così come ideato originariamente; libro che tra l’altro doveva essere più breve, solo un racconto, e finire proprio in quella maniera lì. Poi non lo è stato, le cose non vengono mai come uno vorrebbe che venissero, e questo vale un po’ per tutto.

 «Niente vale la vita di nessuno, niente vale la mia vita, niente vale niente, vale solo vivere, morire non è un atto politico, è solo morire…» Questo capisce Biba a un certo punto, posta di fronte al trauma della morte di Carlo Giuliani al G8. Tu sei un autore ben radicato nel novecento, per anagrafe, per mentalità e per immaginario. Questo che secondo me è un presupposto implicito e scontato dalla Generazione Y (cioè dai nati degli anni ottanta) in poi, per l’individualismo e l’edonismo della società dei consumi, mi sembra invece un’acquisizione di straordinario peso intellettuale e, credo, anche sofferenza psicologica per chi, prima, aveva creduto nelle ideologie e nelle grandi narrazioni di senso collettive. Questa conquista intellettuale rappresenta quasi l’emblema di una mutazione storica e sociale.

È possibile che sia come dici tu, che ci sia anche questo significato. Tuttavia, per quel che mi riguarda, questa è una cosa che ho pensato nel 1968, quando mi sono trovato davanti una pistola puntata al petto da un maresciallo dei carabinieri uscito fuori di testa, mentre ero solo, nel senso che ero lontano da chi manifestava dietro di me e dalle forze dell’ordine: in quel momento ho capito che sarei potuto morire nella maniera più stupida. Da quel giorno sono rimasto scioccato, non sono mai più andato a una manifestazione.

Questo porta con sé una serie di cose che giustamente tu rilevi riguardo l’essere disposti a morire per una causa… Io penso spesso alla Resistenza partigiana. Se fossi nato venti anni prima, non so se avrei fatto la Resistenza. Ho letto parecchi libri sull’argomento, soprattutto quelli meravigliosi di Fenoglio, e mi sono chiesto a ogni pagina cosa avrei fatto io, se avrei avuto il coraggio di mettere in gioco la mia vita per una causa. In realtà, Fenoglio, che tra l’altro era un badogliano, quindi un monarchico (la Resistenza l’hanno fatta anche i monarchici), non aveva questo input ideologico così forte. Lui afferma più volte, per tutte le varie stesure de Il partigiano Johnny, che il suo è puro odio. Una forma pura di odio per i fascisti.

Sempre sul discorso della mutazione generazionale: in Camere e stanze, il tuo racconto di esordio ripubblicato da poco, il protagonista cinquantenne assiste inorridito all’invasione dei “barbari”, dei giovani appartenenti alla generazione della sua amante, che gli mettono casa a soqquadro. Anni dopo, in Solo vera è l’estate, è evidente lo sforzo di capire la nuova generazione, guardando al mondo dalla loro prospettiva. È così? C’è un rapporto tra le due narrazioni? È cambiato qualcosa nel tuo modo di vedere rispetto a quel racconto?

A dire il vero, non avevo mai pensato a questo collegamento. Il racconto che citi è stato scritto nel 2003 o nel 2004, è stato il primo racconto della mia vita, e non c’è identificazione tra me e il protagonista. A quei tempi avevo questa sensazione, dovuta anche a delle vicende personali, di essere aggredito dai barbari. Poi, questo concetto l’ho ritrovato in Baricco, Baricco l’ha esplicitato con un suo libro (il libro è I barbari. Saggio sulla mutazione, Feltrinelli 2013, NdR).

Quel racconto è il resoconto di un sogno ricorrente che facevo allora, quello di avere la casa devastata da alcune persone: persone che non lo fanno per cattiveria, ma per il semplice fatto di trovarsi lì.

Adesso amplio un po’ la prospettiva: hai scritto un’opera di pura finzione, i cui protagonisti sono creati dalla fantasia dell’autore, anche se ovviamente prendi spunto dalle tue esperienze personali e le rimodelli. Come ti poni rispetto a chi, secondo un’opinione diffusa soprattutto presso i lettori di formazione letteraria meno classica, ha fame di “storie vere”, di “storie realmente accadute”?

Devo dire che non me ne importa molto. Posso scrivere storie vere e storie non vere, non mi pongo questo problema.

Poi, certamente, ci sono elementi di verità nei miei libri. Ne Lo Stradone ci sta, per esempio, la storia degli operai nelle fornaci. Le interviste che compaiono sono tutte autentiche tranne una, le ho prese da una rivista dell’epoca, Critica sociale di Ferrarotti.

In Solo vera è l’estate c’è naturalmente la verità storica del G8 di Genova. Io non sono stato presente e non ci sarei andato, per motivi di età innanzitutto, ma le cose narrate nel libro sono realmente accadute. Ho fatto un lavoro di documentazione faticoso e, devo dire, interessante.

Una cosa che mi intriga molto della tua biografia e delle tue opere è che tu ti sei formato e hai lavorato come architetto: si avverte nei tuoi libri il peso del mondo della tecnica, che una certa concezione di derivazione umanistica, a volte autoreferenziale, rischia di trascurare, se non proprio di sminuire… Si avverte non solo in termini di sensibilità verso il dominio delle cose e verso il loro lessico, ma proprio in termini di sguardo sul mondo, più “vaccinato” rispetto alle suggestioni della pura parola o del puro simbolismo. Hai mai riflettuto in questi termini?

Ti ringrazio, lo ritengo un complimento. Devo precisare che non esercito la professione di architetto da un po’ di anni, ma sono rimasto un architetto nello sguardo, questo è vero, ed è difficile rimuovere questa parte di me mentre scrivo.

In generale, quello che posso dirti è che mi meraviglia vedere come molte persone con una cultura molto superiore alla mia non abbiano nessun tipo di sensibilità verso queste cose.

Aggiungo, per completare, che leggo molta divulgazione scientifica, che mi interessa molto rispetto alle visioni filosofiche o letterarie: questo al netto dei miei limiti di comprensione quando si arriva a teorie matematiche complesse…

Naturalmente, la componente politica in me è altrettanto importante. Non riesco a rinunciare alla visione politica della realtà, cioè all’analisi del sistema di cause per cui le cose succedono, che è stata centrale nella mia formazione. Mi fa molto impressione che le cosiddette nuove generazioni facciano discorsi sul presente senza tirare in ballo la dimensione politica, cioè la dimensione dei rapporti di forza tra le classi sociali, o quello che ne resta. Tutte domande che io continuo a pormi.

Domanda finale per chiudere in leggerezza: puoi consigliare un autore di narrativa, uno solo, ai tuoi lettori. Chi e perché?

Direi Fenoglio, che non è letto come meriterebbe. È l’autore della seconda metà del Novecento più interessante per me, certamente più di un Moravia o di un Calvino, o anche di Pasolini, che pure mi interessa molto. Fenoglio è il vero dominatore della seconda metà del Novecento, assieme a Gadda e a qualcun altro.

La follia che ci contiene: l’arte segreta di Alice Munro

Nel 1994 Alice Munro pubblica la sua ottava raccolta di racconti, Open secrets, tradotta poi in italiano col titolo di Segreti svelati (2008, pp. 282, ed. Einaudi, traduzione di Marina Premoli). Non ha ancora ricevuto il premio Nobel per la Letteratura (arriverà 19 anni dopo), ma è una scrittrice affermata, soprattutto in Nord America, dove ha vinto per tre volte l’importante premio canadese Governor’s General Award, e gode di grande consenso da parte di critici e specialisti.

Tra i racconti della raccolta si distinguono, Carried Away (Travolto dai sentimenti), per l’ampiezza e la profondità delle vicende narrate, e il racconto eponimo, che fornisce uno scorcio di tragica inquietudine sul rimosso sessuale delle rispettabili vite di una cittadina del Canada rurale. Questo senso di rimosso, di verità note a tutti ma non riconosciute apertamente, di non segreti, appunto di «open secrets» (che la traduzione italiana «segreti svelati» probabilmente non rende appieno), è il filo conduttore che unisce storie e personaggi, il leitmotiv di queste vite di paese del Novecento, così minimali, irrisolte e segnate dall’ossessione verso i desideri irrealizzati.

In questo articolo mi occuperò del secondo racconto della raccolta, A real life (Una vita vera), pubblicato originariamente su The New Yorker nel 1992, che mi ha portato a fare una serie di riflessioni sulla tecnica narrativa di Alice Munro e, soprattutto, su alcuni nuclei centrali della sua arte.

Partiamo dall’espressione usata nel titolo, una «vita vera»: un’espressione la cui apparente pretesa di assolutezza, l’ambizione di rappresentare una vita piena e autentica, contrasta con l’insignificanza e la marginalità delle esistenze rurali di cui solitamente narra Alice Munro. E, allora, chi saranno i protagonisti di questa storia? Che forma potrà mai avere, in questo racconto, una «vita vera»?

Il matrimonio, «una fortuna così smisurata»

Tutto comincia quando si scopre che Dorrie ha ricevuto un’imprevedibile proposta di matrimonio. È una donna rude e selvatica, ormai non più giovane. Ha sempre vissuto in una casa di campagna, in compagnia di un fratello altrettanto selvatico, che però è morto di recente, all’improvviso. Campa di espedienti, come dare la caccia ai topi muschiati per rivenderne le pelli, e sembra condurre un’esistenza vicina al livello della pura animalità: procurarsi del cibo, assicurarsi di avere un tetto e un letto, vivere quel minimo di relazioni sociali che le permettono di compiere i propri baratti.

La proposta di matrimonio cambia radicalmente lo scenario. L’ha ricevuta per lettera da parte del signor Speirs, un ereditiero australiano che ha incontrato una sola volta, durante una cena a casa della sua amica Millicent. In un primo momento accetta, ma non sa come comportarsi. Come si organizza un matrimonio? Come ci si prepara per il rito? Come, soprattutto, si imbastisce un abito da sposa?

«Verso la fine dell’inverno, Dorrie si presentò da Millicent con una grande pezza di raso bianco. Disse che voleva fare un abito da sposa. Quella fu la prima volta che qualcuno sentì parlare di nozze – Dorrie spiegò che sarebbero state in maggio – e udì il nome del signor Speirs. Wilkinson. Wilkie».

Chiede quindi aiuto a Millicent, la vera protagonista della storia (che è tutta narrata dal suo punto di vista, in terza persona). Millicent è una decorosa signora di mezza età, moglie dell’agricoltore Porter e madre responsabile. Al contrario di Dorrie ha un alto senso della comunità e dei simbolismi sociali della vita di paese. Quando apprende che qualcuno vuole sposare la sua amica Dorrie si chiede come sia potuto succedere, ma non ha dubbi sulla scelta più giusta: Dorrie deve accettare, sposarsi, per trasformare la sua esistenza incompiuta di nubile in una «vita vera». E quindi, assieme a Muriel, l’altro membro del terzetto al femminile, decide di aiutare Dorrie a cucire l’abito.

Dopo settimane di preparativi convulsi, ci si avvicina al grande giorno. Una settimana prima del matrimonio – il signor Speirs non è ancora tornato dall’Australia – Millicent organizza una cena, ma Dorrie tarda a comparire. Millicent teme il peggio, ha un presentimento, corre a casa di Dorrie, dove la trova intenta a prepararsi da mangiare. Sta riscaldando anche del tè alla contadina, «nero come l’inchiostro», che Millicent trova imbevibile.

Ha visto giusto. Dorrie è tormentata: non sa se vuole davvero sposarsi e abbandonare per sempre la vita di campagna che le è tanto cara. Millicent aveva intuito.

Però è decisa a convincerla. Si gioca tutte le carte, in quello che si rivela essere il dialogo epifanico del racconto. Le dice, nell’ordine: che sarebbe un peccato sprecare tutto il lavoro preparatorio fatto, che se ha paura del sesso non deve preoccuparsi troppo perché il signor Speirs è oramai vecchio, che sta reagendo in modo infantile, che la casa di Dorrie, di proprietà di suo marito Porter, è stata già venduta, cosa per cui si dichiara pronta a giurare sulla Bibbia. Dorrie, al solito testarda e di poche parole, resiste rispondendo con stringatezza. E proprio quando il confronto è all’apice e Millicent sembra aver aperto una breccia, proprio quando le cose sembrano mettersi al meglio per lei e Dorrie è pronta a capitolare, Millicent vive una repentina illuminazione sulla propria vita, sulla realtà del matrimonio con Porter e della propria vicenda umana, e scoppia in un pianto a dirotto.

Cosa ha capito Millicent nel momento in cui ha convinto Dorrie ad accettare che solo il matrimonio, «una fortuna così smisurata», possa trasformare la sua vita in una «vita vera»?

Dorrie, Millicent e Muriel

La costruzione drammaturgica del racconto, di taglio realistico con notevoli picchi di introspezione psicologica, è un meccanismo ben congegnato che ha uno scopo primario: far emergere, attraverso la tecnica del confronto, le peculiarità che caratterizzano i tre tipi femminili di Dorrie, Millicent e Muriel. Sulla scorta dei piccoli e grandi motivi di conflitto offerti dagli snodi narrativi osserviamo quindi le tre protagoniste mentre dialogano, si confrontano, si confortano e competono tra loro. Sono personaggi tanto ben individuati nelle psicologie e nei vissuti individuali quanto espressioni di figure ideali, di atteggiamenti femminili universali.

Dorrie e Millicent sono presentate sin dal principio come personalità di segno completamente opposto. Millicent ha senso sociale ed esperienza di mondo, pensa che il matrimonio e la famiglia siano il compimento della vita di una donna, organizza cene in cui tiene a mostrarsi impeccabile, nel cibo e nel servizio, sa come gestire un marito, proibendogli ad esempio, secondo una prassi non scritta ma comune al tempo, di bere alcol in casa (Porter, un bravo diavolo, risolverà bevendo alcol nel granaio).

Tanto la vita di Millicent è governata dal senso delle convenzioni e della rispettabilità, quanto quella di Dorrie è selvatica e di poche pretese. Dorrie ha una forza incredibile, che la rende un grande aiuto nello spostare i mobili o impastare il pane, spara alle marmotte e ai conigli, dà la caccia ai topi muschiati. Non ha marito né figli, vive in una casa spartana e trascurata, situata in uno dei terreni di Porter. Quando il fratello muore, lasciandola sola, lei continua in questa esistenza semplice ed essenziale. Conduce quella che Millicent ritiene una vita «misera e in un certo senso irresponsabile», non sembra afferrare nessuna delle forme sociali (il matrimonio, la famiglia, i figli, il rispetto della comunità) che per Millicent sono così importanti, ma è impossibile non scorgere nella sua quasi virile rudezza un elemento di dignità.

L’amicizia tra loro, nella raffigurazione che ne ha Millicent, è sbilanciata. Millicent dopo il matrimonio aveva mirato ad altre amicizie, ben più altolocate, la moglie del dottore e la moglie dell’avvocato, le aveva corteggiate, si era quasi messa al loro servizio, ma loro non le avevano permesso di avvicinarsi. «Avrebbe dovuto saperlo», aveva concluso lei amaramente, dopo aver recuperato il suo lucido senso delle gerarchie sociali. Dorrie invece rappresenta per lei un aiuto pratico, una persona sulla cui fedeltà si può fare affidamento, un’amicizia semplice, da gestire con condiscendenza, in cui Millicent si considera la forza trainante, l’elemento che guida in virtù della superiore capacità di giudizio (en passant, si noti l’eccellente orecchio di Alice Munro per i dialoghi, di cui il passo sotto è un perfetto esempio):

«– Dorrie è una vera signora, non importa quello che dice la gente, – diceva Millicent a Porter, che non ribatteva. Era abituato ai suoi giudizi assoluti e personali. – È mille volte più signora di Muriel Snow, – continuò Millicent, nominando quella che si sarebbe potuto definire la sua migliore amica. – Dico questo, anche se voglio un gran bene a Muriel Snow.

Porter era abituato a sentire anche questo.

– Voglio un gran bene a Muriel Snow e prenderei le sue difese in qualsiasi caso, – aggiungeva Millicent. – Voglio bene a Muriel Snow, ma non significa che approvo tutto quello che fa».

Ma durante la cena col pastore e con il signor Speirs, l’ospite misterioso venuto dall’Australia, accade la stranezza. Il signor Speirs, un tipo taciturno e bizzarro, sembra molto interessato ai racconti di vita selvatica di Dorrie, che spiega come tagliare la pelliccia di un topo muschiato e perché non sia disdicevole mangiare carne di coniglio.

Spinta dallo sguardo di un uomo, lo sguardo che può donare senso alla realtà nella vita di una donna non solo nel Canada rurale della prima metà del Novecento (e qui, come si sarà intuito se si conoscono i temi cari all’autrice, siamo in piena “zona Munro”) Millicent afferra e rivaluta certi aspetti della personalità di Dorrie. L’affetto per il suo grosso cagnolone nero, ad esempio, che Dorrie durante la cena chiama con trasporto «la mia amata cagnetta», o la passione per la caccia agli animali selvatici, che evidentemente non è condotta per soli scopi di sussistenza. La personalità di Dorrie sembra in un certo senso prendere una forma, salire di un gradino nella considerazione di Millicent.

La terza donna è Muriel, anche lei presente alla cena con il signor Speirs e parte dell’impresa di cucire l’abito da sposa. In questa rassegna così abile, variegata e ben assortita, di idealtipi femminili, Muriel rappresenta il polo della seduzione. È un’insegnante di musica frivola, tutta svolazzi e moine, suona il piano (uno dei tratti ricorrenti nei personaggi di Alice Munro, che esprime tipicamente una personalità affascinante ed esuberante), è seducente («Il termine giusto per te non è carina, ma seducente», le dice Millicent in un impeto inaspettato, di cui si imbarazza subito). Muriel fuma, fa ginnastica, dice – in modo oltraggioso – «cacca». Non si è mai sposata, ma non per mancanza di pretendenti: solo perché è esigente, quindi frequenta troppi uomini, alcuni dei quali già, a loro volta, sposati. Muriel sa cosa ci vuole per allestire un corredo matrimoniale: «camicia da notte nuziale e biancheria intima, calze di seta e un reggiseno».

Muriel si è presentata alla cena con Speirs con un vistoso abito turchese, nella speranza che l’ospite misterioso, l’amico del pastore, si riveli un tipo interessante, ma il signor Speirs si mostra subito affascinato dai racconti di Dorrie. Muriel, innervosita dall’aver clamorosamente perso la competizione contro l’avversaria più improbabile, si rende acida e pungente, esagerando con battute e atteggiamenti sfacciati che irritano la stessa Millicent. Muriel nel finale rimarrà un passo indietro, perché non sarà presente al momento del dialogo epifanico, ma sarà influenzata dalla piega presa dagli eventi.

Per chiudere con la galleria dei personaggi, va notato che il genio realistico della Munro sa dare un’individuazione precisa anche a coloro che rimangono sullo sfondo. Il pastore, la cui funzione narrativa è fare da intermediario tra Dorrie e il signor Speirs, è descritto puntutamente come «galante, o forse diventato audace per la noia», Porter durante la cena a casa sua si anima soltanto quando racconta un aneddoto, non indispensabile dal punto di vista della trama ma fondamentale nel dare corpo al personaggio, sulle corse dei piccioni.

Una vita vera

Il racconto è stato scritto negli anni novanta, ma è ambientato negli anni trenta, il periodo in cui l’immaginario di Alice Munro si è plasmato e che, anche quando rimane sullo sfondo, costituisce il termine di riferimento fondamentale delle sue opere. Lo scarto temporale potrebbe rendere la vicenda, che sembra quasi un archetipo della vita di paese dei tempi che furono, poco interessante non solo ai nostri occhi, ma anche a quelli della stessa autrice, che in altri racconti, ambientati in periodi più recenti, narra in modo ben più vivace (e audace) di come si sfasciassero famiglie e matrimoni negli anni settanta, in seguito alla rivoluzione della cultura hippy. Cosa quindi doveva dirle di così importante, e cosa ha da dire di attuale nell’epoca della rivoluzione digitale e della denuncia del patriarcato?

Chiaramente, il primo livello di interpretazione, innegabile, è quello in chiave squisitamente femminile. Le domande tradizionali e fondamentali per una donna: quali conseguenze comporta il prendere marito? A quale pezzo di sé stesse si rinuncia, e in favore di quale guadagno? Il matrimonio e la famiglia sono davvero il compimento della vita, il suo scopo ultimo?

Inutile dire che non ci sono risposte scontate. Alice Munro, da femminista nello spirito ma senza condivisione dell’impianto ideologico del femminismo, su queste tematiche torna spesso. In Vandals, un altro racconto della stessa raccolta, è presente una figura selvatica e stravagante, Ladner, quasi il corrispettivo maschile di Dorrie, un impagliatore di animali di cui la protagonista Bea si innamora. In questo caso, però, Bea sposa senza riserve la vita dell’uomo, anzi teorizza apertamente:

«In realtà, quello che pensava davvero – ben sapendo che era infantile e anche maleducato – quello che pensava davvero era che certe donne, donne come lei, erano sempre alla ricerca di una follia che potesse contenerle. Infatti, che cosa era vivere con un uomo se non vivere dentro la sua follia? Un uomo poteva avere una follia del tutto normale, invisibile, come la passione per una squadra di pallone. Ma poteva non essere una follia sufficiente, poteva non essere abbastanza grande, e una follia non abbastanza grande rende semplicemente una donna irritabile e scontenta».

Il filo rosso tra i due racconti è evidente. Adoperiamo la stessa illuminante espressione: vivere in una «follia» che possa contenerci. Nel senso che la «follia», cioè questa forma irrazionale e immotivata che assume la nostra identità, è il contenitore delle pulsioni, delle aspirazioni, degli slanci, degli impeti incontrollabili e disgregatori che costituiscono un individuo. E se un uomo può vivere «nella sua follia», perché una donna non dovrebbe poter fare lo stesso? Perché una donna dovrebbe essere contenuta nella follia dell’uomo che ha preso per marito, e non dovrebbe poter avere una propria follia, come sparare ai topi muschiati e tagliarne le pelli?

Se Dorrie quindi rappresenta questa forza motrice, che rivendica per le donne (senza in realtà farlo in modo esplicito) il diritto di fare come gli uomini, di vivere secondo le proprie inclinazioni e secondo la propria identità profonda, di vivere della propria follia, invece di cercare una follia maschile che la contenga, Millicent si batte perché ritiene che solo nell’adesione ai principi della vita famigliare, all’ombra di un uomo, una vita femminile possa trovare senso. Perché nella sua visione del mondo non farlo significa non assumere una forma adulta, rimanere confinati nel mondo dell’infanzia (non a caso, di Dorrie si rimarcano in più punti i tratti infantili, come: «Dorrie rimase ferma a riceverli [i baci] quasi avesse cinque anni» e «somigliava a quelle bambole con la testa e gli arti di porcellana attaccati al corpo di pezza imbottito di paglia»).

Come va a finire? All’apparenza vince Millicent. Quando scoppia a piangere, realizzando quanto abbia pesato, nella sua vita, la scelta del matrimonio, Dorrie corre ad abbracciarla e a consolarla. Dorrie si sposerà felicemente una settimana dopo, come da programmi, andrà a vivere in Australia col signor Speirs, trascorrendo anni felici e inviando, di tanto in tanto, delle cartoline. Muriel cambierà vita, sposandosi nel giro di un anno con un pastore, dopo aver radicalmente rinnegato la propria frivolezza. Entrambe, Dorrie e Muriel, sembrano approdare a un cambiamento di identità e alla piena realizzazione nella vita coniugale.

Nella versione dei fatti che darà a Porter, a Muriel e ad altre amiche dopo la conclusione felice Millicent si attribuirà, nel modo con cui si narrano all’infinito gli episodi destinati a diventare parte della mitologia di comunità, il merito di aver «creato una vita». «Qualcuno doveva pur affrontare il toro per le corna», dirà con compiacimento. Questa la versione ufficiale, che ben mostra la totale identificazione tra ideale comunitario e Millicent, che si spinge a paragonare il proprio atto di manipolazione alla creazione di una vita.

Ma la realtà è del tutto diversa. Il segreto è stato per un attimo scoperto, Millicent è crollata alla vista del fondo buio dietro la facciata, nero come il tè alla contadina di Dorrie. Ha capito di colpo quanto abbia pesato nella sua vita il matrimonio, quanto le sia costato, quanto penalizzante sia la bugia (l’open secret) che sta ripetendo a Dorrie, come ha fatto con sé stessa tempo prima. «Adesso devi prendere quel che viene», le ha detto Porter subito dopo il matrimonio, la notte delle nozze, e noi capiamo di colpo la centralità di questa frase, lasciata cadere con maestria da Alice Munro, senza sottolineature, all’inizio del racconto. La piena e convinta adesione all’ideale sociale si rivela per quello che è: un fardello che Millicent trascina sulle spalle, inconsapevolmente, giorno dopo giorno. Durante l’acme drammaturgico questo gigantesco rimosso impedisce persino a Millicent, fino a quel momento donna scaltra e piena di risorse, di parlare. Passato l’attimo Millicent tornerà alla versione ufficiale, alla verità condivisa con i suoi conoscenti, a buttare (anche fattualmente) il tè nero di Dorrie.

Non vince neanche Dorrie. Si sposerà, convinta dalla superiore sicurezza di Millicent o forse da una sua intima consapevolezza, che in fondo la rende non del tutto aliena all’immaginario sociale del contesto in cui vive, andrà a vivere in Australia, dove forse (ma su questo punto il racconto è significativamente elusivo) troverà una personale via alla soddisfazione in un’esistenza da esploratrice.

Già da queste considerazioni si capisce come il racconto tocchi radici molto più profonde del proverbiale tremore della sposa a un passo dall’altare. Il conflitto che Alice Munro sta tematizzando, secondo il suo approccio asciutto e antimelodrammatico, è quello perenne tra identità individuale e identità sociale, tra individuo e società, dove il primo polo è l’insieme degli slanci che ci animano sin da quando assumiamo coscienza di noi stessi e il secondo è la direzione favorita dal contesto sociale in cui viviamo, la gabbia dorata cui non ci opponiamo perché sembra non solo facilitarci la vita, ma anche donarci un senso con cui ci identifichiamo.

Uno dei temi ricorrenti nelle opere di Munro è in effetti quello della realizzazione personale, tanto più sentito e letterariamente intenso perché spesso trattato dalla prospettiva, meno emancipata, delle donne nel Canada rurale della prima metà del Novecento: ci si realizza risolvendosi nell’identità di un uomo, accettando le convenzioni sociali del villaggio, aderendo pienamente ad esse, come fa Millicent, o vivendo, in quotidiano contrasto col mondo, la propria follia, la propria stravaganza, come ha scelto di fare Dorrie? Qual è il modo più autentico di vivere il proprio rapporto con la società e le convenzioni che reprimono le aspirazioni personali premiando, al contrario, un’adesione convinta e interiorizzata? Quale delle due scelte può dirsi una «vita vera»?

Molti racconti di Munro esaminano (tipicamente dal punto di vista, e con un occhio di riguardo, per le figure femminili, ma senza disattenzioni verso le figure maschili) il percorso che gli individui compiono nell’accettare la propria identità sociale, cercando di salvaguardare alcuni pezzi della propria identità personale, quelli che stanno più a cuore o che si rivelano socialmente più accettabili: in altre parole, il percorso di maturazione di un individuo adulto. È una lotta che nelle sue opere si svolge per scarti e controscarti, lenti sviluppi e crisi repentine, sempre in maniera diversa e sempre con esiti diversi, e – in piena aderenza a un sano principio di realismo – non sembra obbedire a delle leggi generali.

Le cose dentro le cose

Qualche dato biografico conferma questa lettura. Alice Munro in molte interviste ricorda il senso di pressione sociale subito da adolescente, rispetto ad alcune passioni, prima tra tutte la scrittura, che la portavano a «distinguersi», tabù gravissimo nelle comunità rurali del nativo Ontario, in cui per le donne era mandatorio conformarsi senza resistenze. Nei suoi racconti, di riflesso, ricorre il personaggio di un’adolescente, sveglia e intraprendente ma un po’ più riflessiva di una coetanea ancora più scaltra, a cui piace leggere e scrivere, che vorrebbe proseguire gli studi ma non mostra alcuna predisposizione per i lavori pratici che ci si aspetta da una donna (e qui, per chi possiede un’indole da umanista, è difficile trattenere un sorriso) e che non sembra neanche avere troppa fretta di trovare un marito. Un personaggio evidentemente autobiografico, se non fosse che una delle grandi qualità di Alice Munro narratrice è la fermezza nel tenere a bada ogni intrusione dell’ego dell’autore. Lo scrittore americano Jonathan Franzen, tra i suoi grandi estimatori, ha scritto in un famoso saggio che «Alice Munro racconta sempre la stessa storia», e la storia è proprio questa qui. Ma la racconta con misurata e impietosa vividezza, nelle mille possibili varianti che essa può assumere, girando attorno ad alcuni nuclei tematici fondamentali alla base della sua produzione letteraria: come, appunto, l’imperativo sociale che rischia di allontanare l’uomo dall’integrità personale, il conflitto tra individuo e società. Tutto questo, va sottolineato, avviene in un quadro dalle tinte assolutamente antiromantiche: come abbiamo visto, Dorrie si inchina (e con lei Muriel) al suo destino di donna, nei racconti di Munro non c’è spazio né per le idealizzazioni né per i conflitti tra assoluti. Anzi, risuona una nota cinica di fondo, tanto più notevole perché capace di bilanciare il generale clima di immedesimazione empatica con i personaggi.

Jonathan Franzen sottolinea anche un’altra cosa, ancora più interessante, sull’arte di Alice Munro. Riprendendo questa dichiarazione della scrittrice, poco incline alle teorizzazioni, rilasciata durante un’intervista:

«La complessità delle cose – delle cose dentro le cose – mi sembra infinita. Voglio dire che non c’è niente di facile, niente di semplice».

Franzen evidenzia che Munro sta esponendo quello che lui chiama «l’assioma fondamentale della letteratura, il nucleo del suo fascino»; precisamente, «le cose dentro le cose». La mancanza di atomicità dei fatti alla base delle storie, che sono invece sempre suscettibili di scavo e di (re)interpretazione, magari variando punto di vista, e l’idiosincrasia per un certo modo di fare letteratura, basato sulla grandiosità degli eventi e sulla portata dei conflitti narrativi, che invece, proprio a causa della loro ingombrante dimensione, possono oscurare e mascherare la profondità delle cose. In altre parole, viene ribaltata la classica accusa rivolta ai racconti della scrittrice canadese dai detrattori: il minimalismo delle vicende, quasi tutte private e ordinarie, risulta essere invece la condizione essenziale per l’applicazione di una potente lente di ingrandimento sulle verità profonde delle nostre vite, in modo che la storia insignificante e dimenticata di un matrimonio in tarda età possa ben diventare il prisma che ci permette di riflettere sui sacrifici personali che ci hanno portato a vivere una «vita vera».

Nell’arte di Alice Munro non ci sono finali chiaramente riconducibili a un principio rivelatore, non ci sono segreti svelati. Ci sono piuttosto “open secrets”: quelle grandi verità che sappiamo e contemporaneamente non sappiamo, che potremmo intuire, e in fondo sono sempre presenti nel sommerso delle nostre coscienze, ma che non ci piace riconoscere, la realtà della nostra vita nella comunità, delle nostre aspirazioni più riposte, dei motivi che ci hanno spinti alle scelte determinanti delle nostre esistenze. E non dovrebbe essere questo uno degli scopi della grande letteratura moderna? Svelarci questi segreti “aperti”, nella loro incontestabile evidenza ma anche, questo il punto chiave, nella loro irrisolvibile opacità, nel loro essere neri come il tè alla contadina che non riusciamo a trangugiare?

La letteratura senza finzione

Si fa un gran parlare, ultimamente, di finzione nella narrativa. Da un lato si assiste alla tendenza crescente a favore delle “storie vere”, cioè delle storie non inventate: il pubblico vuole leggere di fatti realmente accaduti, le “storie vere” vincono premi letterari importanti (l’ultimo in ordine di tempo, e il più autorevole, è il premio Strega), l’editoria cavalca il trend per vendere. Dall’altro lato, però, gli addetti ai lavori e gli specialisti, soprattutto di estrazione accademica, si pongono come cavalieri della narrativa letteraria di invenzione, levandosi in difesa dei diritti della finzione.

Ho letto due begli interventi in questo senso: uno di Walter Siti su Domani (il “condizionale” di Aristotele) e uno di Giulio Mozzi su Snaporaz (Robinson Crusoe come “libro di memorie”). Con andature argomentative diverse (più speculativo e analitico Siti, più sornione e digressivo Mozzi), entrambi giungono a conclusioni simili: la veridicità nei fatti narrati non è, di per sé, garanzia di verità, anzi…; tanto più è alto il contenuto di finzione nella letteratura, tanto più essa si avvicina ad abbracciare una porzione profonda di verità; non esistono fatti, esistono solo storie, e pretendere di trovare verità nell’aderenza delle storie ai fatti realmente accaduti significa gettarsi indifesi tra le braccia della finzione; ciò che riscatta la finzione e porta alla verità è solo, semmai, la “forma” (lo “stile” in Siti).

Sono tendenzialmente vicino a queste posizioni. E’ vero: non esistono fatti, esistono solo interpretazioni e rappresentazioni, cioè storie. Come lettore, non mi curo di capire se un’opera narrativa sia tratta da una “storia vera”. Recentemente ho avuto serie perplessità sull’approccio di migrare di peso vicende reali sul piano della fiction. Mi ha sbalordito molto, per fare un esempio, la disinvoltura con cui un regista di grande spessore come Bellocchio ha mescolato scottante verità storica e invenzione nella serie sul caso Moro; un’opera di sicuro pregio artistico, ma anche un’operazione di dubbia moralità nei confronti degli esseri umani direttamente coinvolti nelle vicende.

Eppure, penso che queste argomentazioni non risolvano il problema reale che sta sotto, non affrontino la vera posta in gioco. Mi fanno, anzi, l’effetto di un’ elegante alzata di spalle, anche un po’ snob.

La domanda di fondo secondo me è un’altra: qual è il valore di verità della conoscenza narrativa? Che grado di verità hanno le storie che raccontiamo?

Prima di essere resa sofisticata nella forma rarefatta della letteratura e dell’arte, la storia è il mezzo di conoscenza più immediato e naturale che abbia a disposizione un essere umano. Non sapevo, faccio un’esperienza, ora so e racconto. Chiedo un consiglio a un altro essere umano e lui mi racconta la storia di un’esperienza personale, da cui trarre insegnamenti e ammonimenti. Mi hanno raccontato questo, io traggo delle conclusioni che sono utili per me, quando magari un domani dovrò affrontare un’esperienza simile.

La storia plasma la comprensione umana del mondo, la storia insegna. Ben prima che modalità di conoscenza estremamente raffinate, come la scienza e la tecnica, prevalessero e portassero al progresso, le storie hanno guidato gli esseri umani nella loro azione.

A differenza della scienza-tecnica, che si basa sull’esperimento ripetibile e riproducibile, sul modello simbolico rigoroso della realtà (la formula matematica, la mappa o il diagramma, l’immagine fotografica), la storia si basa sull’esperienza, unica per definizione, non analizzabile con leggi quantitative generalizzanti, non trattabile con metodi induttivi di trial and error, di ricerca del fattore differenziante.

Chi ci vuole prendere in giro, per manipolarci, inventa storie argute, convincendoci per proprio interesse col racconto dell’esperienza di qualcosa di falso. Quindi tutti impariamo a diffidare delle storie: sappiamo che come strumento di conoscenza sono il più falsificabile che ci sia. Ma sappiamo anche che, per vivere, non possiamo farne a meno.

Ecco perché il grado di veridicità di una storia, l’ancoraggio a fatti realmente accaduti, è un criterio considerato tanto importante. In un mondo costruito sul virtuale, in cui le storie si sono moltiplicate, in cui persino foto e video sono falsificabili, il sapere che una storia è vera costituisce una difesa psicologica molto importante contro la disarmata esposizione a una storia tendenziosamente falsa.

E, di qui, la domanda chiave: la “forma” può farsi garanzia di verità?

Dipende da cosa si intenda per “forma”. Si intende un forte grado di sofisticazione letteraria?

L’alzata di spalle, colta e ben argomentata, contro il trend delle “storie vere” nella narrativa mi sembra che sottovaluti l’insoddisfazione per l’elevato grado di sofisticazione (cioè per l’eccesso di finzione, o di ideologizzazione, di alcune storie), che fa saltare il criterio di verosimiglianza, il “condizionale” di Aristotele. Il ritenere, diffuso tra molti lettori comuni, che la forma letterariamente sofisticata sia indice di manipolazione dei fatti, di tendenziosità, è un problema da non scartare con superficialità.

Questo mi sembra particolarmente importante per molta produzione letteraria italiana contemporanea, dove questo malinteso concetto di “forma” porta a storie frutto di pesante ideologizzazione da parte dell’autore, in cui gli insegnamenti non derivano dallo svolgimento della storia, dalle sue deviazioni e dalle sue onde, ma si rivelano impliciti sin dalla premesse iniziali della narrazione, e dove lo sguardo realistico dei grandi scrittori del passato, che registrava fatti e sensazioni contraddittori senza censurarli, cede il passo alla complessa razionalizzazione psicologica e sociologica in cui i personaggi della finzione sono sottoordinati a invadenti leggi filosofiche o antropologiche che l’autore individua a priori.

Mi riferisco alle colate teoriche, alle soverchianti digressioni saggistiche (a volte sembra che la digressione sia la storia, in realtà!), alle prose considerate raffinate da scrittori di estrazione accademica secondo criteri da rivista culturale o di costume (il mito malinteso della “voce”), e che hanno l’effetto finale di “mascherare” i fatti narrati, personalizzando all’estremo la percezione della realtà, di modo che dopo aver letto il romanzo si possa capire tutto della personalità dello scrittore, ma poco o niente della vicenda. Quello che avviene è il totale rovesciamento della concezione della storia come percorso verso una verità: la verità, decisa a priori dallo scrittore, viene messa goffamente sotto forma di storia, in un modo così artefatto che risulta impossibile credere alla veridicità della stessa.

Questo ha l’effetto paradossale di spalancare la porta verso la finzione manipolatrice più brutale proposta da una certa produzione narrativa midcult, di buon successo commerciale, che riesce però a mascherare meglio, presso un lettore ingenuo, le proprie pesanti premesse ideologiche, occultandole invece di farle trasparire tra una parola ricercata e l’altra, tra una citazione e l’altra, tra un periodo dalla sintassi inutilmente elaborata e l’altro.

La raffinata forma delle opere dell’ultimo Bellocchio è garanzia di comprensione profonda delle vicende storiche italiane che fanno da contesto? Il brillante stile saggistico della prosa del Siti scrittore certifica la veridicità profonda delle dinamiche psichiche, sociali, storiche che rappresenta nei suoi romanzi? Non sarà piuttosto che il grado di sofferenza e di dolore vissuto e condensato da Ada D’Adamo nel suo Come d’aria sia la garanzia migliore, non in assoluto ma in rapporto al grado di verità sempre incerto e parziale che una storia umana può fornire, del grado di veridicità delle sue emozioni e delle sue riflessioni circa la condizione di mamma malata di una figlia con un pesante handicap?

Non ho risposte a questo domande. Ma mi sembra che esse meritino un’analisi ancora più approfondita, perché la posta in gioco è la letteratura come l’abbiamo conosciuta, e amata, fino a oggi.

«Solo vera è l’estate»: il saggismo di Francesco Pecoraro

Ho avuto modo di leggere l’ultimo romanzo di Francesco Pecoraro, Solo vera è l’estate, pubblicato qualche mese fa da Ponte alle Grazie (208 pagine). Scrittore novecentesco per anagrafe (è nato nel 1945), per immaginario di riferimento e per concezione della forma romanzo, Pecoraro costruisce un’opera imperniata, per una volta, su protagonisti ben lontani dalla sua generazione di riferimento, quella dei nati dopo la seconda guerra mondiale.

Questa volta sotto l’occhio del suo riflettore letterario finisce la generazione dei nati negli anni settanta del novecento. Si tratta di tre ragazzi romani, trentenni a cavallo del 2001, al crinale di passaggio dalla gioventù alla piena maturità. Giacomo, Enzo e Filippo hanno personalità ben individuate, tanto è vero che la prima parte del libro fornisce una disamina analitica delle rispettive ideologie, psicologie e mentalità (non del ceto sociale, che si intuisce essere un fattore accomunante), ma esistono solo in quanto terzetto, creatosi e cementatosi nella frequentazione del mitico liceo Mamiani di Roma. Insieme diventano “GEF”, acronimo formato dalle iniziali dei loro nomi, per la comune amica (e amante) Biba: sono la declinazione, rispettivamente, teorico-impegnata, scettico-depressa ed empatico-qualunquista di un unico individuo, di un idealtipo generazionale, allo stesso tempo carico dei residui novecenteschi dei padri e pronto a immettersi con un senso di sfiducia e di confusione nel terzo millennio della precarietà e del crollo delle narrazioni ideologiche.

L’occasione romanzesca è la gita serale dei tre a Lavinio per partecipare a una festa al mare, a luglio, in piena afa estiva, in concomitanza con i giorni del G8 di Genova, quelli che segneranno la cesura storica definitiva. A fare da contrappeso al disimpegno dei tre, alla versione balneare e festaiola di una generazione, è Biba, che per motivi non chiari neppure a lei stessa è andata a Genova e assiste sgomenta alla violenza delle forze dell’ordine sui manifestanti.

In Dove credi di andare, raccolta di racconti con cui Pecoraro ha esordito nel 2007, è presente il racconto Camere e stanze, probabilmente una delle prime prove narrative in assoluto dall’autore, in cui la trama sentimentale tra un cinquantenne e una ventenne è l’innesco per mettere in scena, in modo surreale e parodistico e dal punto di vista inorridito del cinquantenne, l’affacciarsi distruttivo della generazione dei giovani “barbari”. In questo romanzo, invece, Pecoraro sembra riprendere lo stesso tema per fornire la versione dell’altra parte in conflitto, cioè quella dei “barbari”: i giovani che, muraglia indistinta e selvaggia nel racconto, in questo romanzo assumono dei volti, delle psicologie, degli ideali.

Pecoraro non giudica, ha una visione pregevolmente empatica, non unilaterale né moralistica. Lui racconta, descrive, commenta, sviscera: tramite la lente della sua competenza architettonica e urbanistica analizza le trasformazioni sociali e storiche di Roma e del litorale tirreno; tramite la sua capacità mimetica fa parlare i ragazzi nel loro idioma, un po’ in italiano un po’ in romanesco, e ne spiega non detti e sottintesi; tramite la sua prosa gustosa, tra fiammate colte ed espressioni basse e colloquiali (il «demmerda» ripetuto ossessivamente), mette insieme vissuti individuali, storia e società in un impasto che amalgama omogeneamente categorie filosofiche e saggezza di vita. Di particolare pregio l’acume sociologico e antropologico e la chiave di lettura urbanistica, ben presente nella narrazione.

La mimesi del parlato romanesco dei personaggi, molto ben condotta dal punto di vista linguistico, viene valorizzata soprattutto nei frequenti momenti in cui prende il sopravvento il cazzeggio amicale. Scrive con una bella analogia l’autore, in quella che è forse la miglior rappresentazione di una generazione intera, che il cazzeggio «è la cosa che sanno fare meglio, è come giocare a passarsi la palla al volo nell’acqua bassa: non deve cadere, a costo di buttarsi a tuffo».

Va detto che i fatti sono assorbiti, assimilati, filtrati e reinterpretati in chiave saggistica da un personaggio nascosto dietro le quinte, che si intuisce avere la voce ironica, garbata e disincantata di Pecoraro. Questo personaggio occulto interviene per commentare o per svolgere delle vere e proprie digressioni saggistiche, in quello che assume la forma di un didascalismo riflessivo che rischia di far saltare, in alcuni punti, la credibilità narrativa delle conversazioni dei protagonisti.

Lo scrittore sembra celarsi, in particolare, dietro il personaggio di Enzo, il «cripto-depresso» che osserva, con lucida consapevolezza, la vitalità di Filippo, il predatore di donne, e capisce che Filippo, il meno colto e meno ostentatamente intellettuale dei tre, è «il più autenticamente intelligente». Sembra affiorare, in modo poco centrale nell’equilibrio della narrazione, e fare da motore sottostante al tono saggistico di fondo, il tema dell’inadeguatezza dell’intellettuale rispetto al mondo della vita, che (guarda caso) si scorge altrettanto nitidamente nell’orrore del protagonista cinquantenne di Camere e stanze.

Le cose migliori, dal mio punto di vista, vengono fuori quando la voce dell’autore sembra distrarsi, e i personaggi parlano con il loro vissuto e con la loro lingua; quando, per esempio, posto di fronte all’evidenza dei fatti, il complesso di inferiorità di Enzo nei confronti di un maschio vitale e meno impacciatamente riflessivo rispetto a lui viene fuori sotto forma di dispetto.

In generale, ho particolarmente apprezzato la prosa affilata e stratificata e l’apertura mentale dello sguardo dell’autore, pregno di categorie novecentesche ma genuinamente curioso verso il terzo millennio e capace di intuire, con scaltrezza, alcune verità profonde che alla nuova generazione sfuggono.

Crossroads

Una giacca di montone simboleggia il tentativo di recuperare la virilità giovanile da parte del pastore Russ. Compiere un atto autenticamente buono è la disperata sfida di Perry, un adolescente con un’intelligenza troppo ingombrante per la sua età. Marion, moglie e mamma devota, si reca segretamente da una psicologa per confrontarsi con il suo passato difficile, ma neanche a lei rivela tutta la tragica verità. Conquistare il cuore del carismatico Tanner, cantante rock, significa per Becky, la reginetta della scuola, raggiungere un fondamentale traguardo di crescita. La scoperta della passione amorosa si accompagna per Clem alla drammatica scelta morale di arruolarsi volontariamente per andare in Vietnam. 

Sono i fili narrativi intrecciati che costituiscono la trama dell’ultimo romanzo di Jonathan Franzen, Crossroads. Ma tutti questi fili si orientano in una direzione comune: quella dell’esplorazione della religiosità, in un prisma romanzesco che porta alla luce le sfumature della personalità umana di fronte alla sfida del trascendente: di fronte alla religiosità da ritrovare come nel caso di Russ, alla religiosità da interpretare e comprendere come nel caso di sua moglie Marion, alla religiosità da scoprire come nel caso della loro figlia Becky o alla religiosità da negare, come nei casi, diversi tra loro ma convergenti, dei loro figli Perry e Clem.

È un terreno insolito per Franzen, che ci ha abituati a orbitare ossessivamente (e lucidamente) attorno al tema delle disfunzioni della famiglia occidentale nell’epoca del consumismo. Ma il motivo della saga famigliare non scompare, rimane centrale, perché i personaggi sono legati dalla circostanza di appartenere alla stessa famiglia, quella degli Hildebrandts, e perché gli intrecci e le relazioni tra loro compongono l’ossatura della storia. Semplicemente, in Crossroads, il tema trova collocazione in un quadro più ampio.

La trama ruota attorno a due date. La prima è quella del Natale del 1971. È durante l’Avvento del 1971 che Russ matura il suo piano di sedurre Frances Cottrell, giovane e attraente parrocchiana vedova; è durante l’Avvento del 1971 che Clem decide di arruolarsi mollando l’università e lasciando la sua fiamma Sharon, la ragazza con cui ha scoperto la passione amorosa e il sesso; è durante l’Avvento del 1971 che Perry intraprende la strada del non ritorno e che Marion decide di fare una rigorosa dieta per perdere i chili di sovrappeso, il rassicurante guscio della sua adesione alla maschera sociale della mamma perfetta. La seconda, quella della Pasqua del 1971, è quella da cui parte lo scioglimento delle tante trame che si sono annodate nei mesi intercorsi.

Se Crossroads è un’allusione agli incroci che determinano la vita di tutti noi, ma anche al nome del gruppo parrocchiale attorno a cui ruotano i personaggi del romanzo e al disco del genio blues di Robert Johnson che tanto piace a Russ Hildebrandt, il sottotitolo A Key to All Mythologies rimanda, in modo autoironico, come spiega Franzen nelle interviste, all’opera incompiuta di Casaubon in Middlemarch, il capolavoro di Gerorge Eliot e della forma romanzo ottocentesca, perché Crossroads, romanzo rigorosamente autoconcluso, vorrebbe essere nei progetti dell’autore il primo di una trilogia. Si avverte in questo, neanche tanto mascherata dall’ironia, l’ambizione dell’ultima sfida letteraria di Franzen, che dopo essersi misurato con successo con la forma romanzo sa che la posta in gioco, il gradino che lo porrebbe su un piano di ineguagliata complessità, è analizzare l’evoluzione dei personaggi non in una singola famiglia, ma al susseguirsi delle generazioni (il nucleo originario, quelli che formeranno i figli, quelli che formeranno i figli dei figli) e delle vicende storiche (i primi accenni di liberalizzazione dei costumi degli anni settanta, il consumismo di fine anni novanta, il mondo digitalizzato degli anni venti). Staremo a vedere.

Di sicuro, Crossroads non sfigura nella galleria delle opere di Franzen, ed è paragonabile per riuscita a Le Correzioni e a Libertà. Riuscita la trama, nella sua capacità di compattare fino all’acme drammaturgico le storie dei cinque personaggi. Riusciti i personaggi, in parte variazioni su tipi umani già esplorati da Franzen, in parte assolutamente originali. Riuscita, soprattutto, la rappresentazione delle loro complessità morali e psicologiche.

Da questo punto di vista, ci troviamo, come si sarà capito, nel più classico dei territori franzeniani, quello degli ”hyper vivid characters”. A Franzen basta dosare pochi precisi tocchi di caratterizzazione estetica, fisica e mimica, perché il grosso del lavoro lo compie con l’analisi costante dell’evoluzione dei loro stati d’animo, dei loro pensieri e della loro voce nei dialoghi. Il suo consumato mestiere raggiunge qui l’apice, anche se va detto che, soprattutto nell’ultimo terzo del libro, probabilmente sarebbe servito, per obbedire alla causa del realismo, arricchire descrizioni e scenografie. Ma del finale affrettato si dirà anche dopo.

Molto riuscita la tecnica della costante rotazione dei punti di vista, per cui ogni capitolo (più di venti in totale, e questo mostra la complessità di tenere le fila) presenta la focalizzazione su uno dei cinque personaggi, in un passaggio di staffetta che non viene violato in nessun frangente del romanzo. La capacità di mostrare la stessa scena da più punti di vista, lo stesso litigio e la stessa discussione, il poliprospettivismo costitutivo del suo storytelling, rimane uno dei motivi di pregio dell’opera di Franzen e tocca probabilmente il suo vertice. Scoprire che le frustrazioni e alcune scelte di Russ, perfettamente legittime nella sua ottica, appaiono a suo figlio Clem come una prova inequivocabile della sua debolezza, oppure scoprire come la totale mancanza di sintonia tra Becky e Perry, l’una reginetta di estremo acume sociale, l’altro genio sociopatico con tratti schizofrenici, sia vista nella prospettiva di entrambi, è uno degli esempi della capacità di Franzen di calarsi nei panni dei personaggi.

Spicca, per complessità e vertiginosità, il personaggio di Marion. La moglie di Russ ha una parvenza di bonarietà puritana, un’esistenza tutta casa e chiesa, «la densa, tiepida nube di mammina» per usare una riuscita espressione dell’autore stesso in uno delle rare concessioni alla creatività linguistica dello stesso (ma dello stile parliamo subito dopo), che dietro la facciata nasconde un passato tragico e una personalità ferina.

A livello stilistico, va registrata una definitiva maturazione. Le punte di corrosività del primo Franzen, in particolare del romanzo che lo ha reso famoso, Le Correzioni, con le sue vette di realismo isterico, erano andate scemando nei romanzi successivi e sono qui quasi del tutto scomparse. Franzen è giunto a un livello di trasparenza lessicale e retorica, in cui, per manifesta ammissione dell’autore, si sacrifica l’esibizione del virtuosistico solfeggio per non frapporre alcun ostacolo artificiale al realismo della rappresentazione. La lingua si mette al servizio del realismo delle psicologie, delle interazioni tra i personaggi, della delineazione del loro milieu storico e sociale, mostrando un autore libero da qualunque ansia da prestazione o esibizione dei muscoli letterari.

L’obiettivo è ampiamente centrato, in un romanzo che, a dispetto della mole e della complessità dell’affresco, si legge con scioltezza e si concede solo pochi, sorvegliati gustosi passaggi di espressionismo, che pure riescono così bene all’autore. Nello specifico, sono le sequenze in cui il punto di vista è quello di Perry, genietto della chimica e di tante altre disciplina con 160 di QI, una velocità mentale imbarazzante e la propensione a fare uso di droghe, che permettono a Franzen accensioni in questo senso. Ma l’obiettivo chiave rimane rendere linguisticamente il punto di vista del personaggio, e nel caso di Perry ha una chiara giustificazione funzionale.

Non solo. Domina nelle pagine una tonalità calda ed empatica, meno cerebrale dei precedenti romanzi, che aggiunge un tocco di comprensione umana e di compartecipazione alle vicende e le rende ancora più concrete e intellegibili.

In una delle scene più riuscite in assoluto, il dialogo tra il quindicenne Perry, un prete cattolico e un reverendo, si analizza la questione del Bene. Perry è convinto che la possibilità di calcolare le conseguenze delle proprie azioni come in una partita a scacchi limiti la possibilità di fare del Bene, perché dietro un’apparente azione benigna si nasconderebbe sempre il raziocinio che permette di giungere, sul lungo periodo, a un vantaggio personale. E quando, ossessionato da questa intuizione, chiede a due religiosi cosa sia precisamente il Bene, la vuotezza delle risposte ricevute dà il la alla sua profonda crisi intellettuale e spirituale. La scena, pur nel contesto del realismo della rappresentazione narrativa del contesto, raggiunge momenti di dostoevskiana profondità, e il lettore avverte la disperazione di Perry al constatare che la sua intelligenza gli impedisce di accedere al calore di rapporti umani autentici e all’illusione di partecipare al compimento del Bene.

Tra le note negative, appare forzato il pistolotto da romanzo sociale sulla riserva indiana, un rimasuglio del primo Franzen che, per qualche motivo, si sente vincolato a inserire dei messaggi socialmente forti, ma retorici, anche in opere che ruotano attorno a tutt’altro asse.

Si diceva del finale, o più in generale dell’ultimo terzo del libro. L’impressione è che lo scioglimento, che giunge con un evento tragico che riporta i protagonisti adulti Russ e Marion alla piena adesione al loro ruolo famigliare e sociale di genitori, faccia accelerare la narrazione, che i tasselli dopo la tragedia vadano al proprio posto con troppo zelo, come per obbedire alla stanchezza dell’autore. Va detto che l’ultimo scambio di battute lascia presagire un proseguimento: proseguimento che, come ovvio che sia, si sposterà sul piano dei figli, in particolare di Becky e Clem. 

Attenderemo – fiduciosi – come Franzen saprà (ri)raccontare la società degli anni novanta, la cui rappresentazione tanta gloria gli ha già dato.

Jonathan Franzen, Crossroads
Giulio Einaudi Editore
600 pp., € 20.90

I “nostri” stupidi intenti

Bernardo Zannoni, I miei stupidi intenti
Palermo, Sellerio Editore
252 pp., € 16

Viene presentato come un film di animazione della Pixar o della Disney, perché racconta di un intero universo di animali antropomorfi che parlano, lavano i piatti e dormono nei letti. Ma è un’indicazione fuorviante, perché questo libro, il riuscito esordio di Bernardo Zannoni, che racconta le memorie di Archy, faina istintiva come un animale ma dotata del pensiero e della scrittura come un uomo, non ha nulla dell’incantata ed edificante fiaba per bambini.

Archy la faina racconta la propria storia sin dalla nascita. Sin da quando suo padre, rubagalline per necessità, viene colto in flagrante e ammazzato. Sua madre, allora, nell’inverno innevato e spietato che non lascia prigionieri, si ingegna per la sopravvivenza e, quando capisce che Archy, nel frattempo diventato zoppo per un maldestro incidente durante la prima battuta di caccia in solitaria, non le è di nessuna utilità, lo baratta in cambio di una gallina e mezza («Ma la metà dopo un mese. E solo se lavora come dici», pretende l’usuraio Solomon, cui viene ceduto Archy).

Schiavo di Solomon, volpe intelligente e senza cuore, Archy continua nella scoperta della vita, delle sue pulsioni e delle sue leggi biologiche: ma a un certo punto Solomon, che ha rubato il fuoco della scrittura all’uomo come l’uomo lo rubò agli dei, instilla in Archy l’idea che possa esistere un’entità sovrannaturale (Dio, “il padre del mondo” e “l’unico che non muore”): e questo porta Archy alla sconvolgente scoperta della morte, e poi a interrogarsi, a riflettere, a scoprire gli interrogativi esistenziali. Solomon diventerà il suo maestro («Non sei stupido affatto», gli ripete con ammirata sorpresa) e da lì si innescherà la girandola di eventi che porterà Archy a innamorarsi, a fare figli, a invecchiare, e che lo porterà a vivere l’amore, la fame, la violenza, il freddo, la vecchiaia e la morte. A oscillare tra l’animale e l’uomo.

Parabola dickensiana dell’orfanello, per cui Oliver Twist è un riferimento obbligato, se non altro nel trigger della trama, riferimenti molto stretti per questo libro sono anche il George Orwell di La fattoria degli animali, per il disegno di un mondo di animali antropomorfi che permette di mettere a nudo, nell’allegoria, le ipocrisie della dimensione morale e sociale dell’uomo, e il Richard Adams de La collina dei conigli, che fa muovere un intero esercito di conigli e altri animali antropomorfi; ma la concezione della natura e della vita può far pensare ad Albert Camus, all’assurdo dell’esistere da cui ha origine la disperata ricerca di un senso.

Tutti gli animali del libro obbediscono alle leggi della sopravvivenza, della dominazione, del calcolo e della necessità biologica, senza alcuna compassione per la vita altrui, senza alcuna consapevolezza, deterministicamente e brutalmente seguaci dell’hobbesiano homo homini lupus (e non sfugga che il protagonista appartiene alla specie animale delle faine). Su questi però si impone la consapevolezza della tragedia dell’esistere: la certezza della morte, della propria morte, e la presenza di un Dio, che ha un volto ignoto che verrà conosciuto solamente nell’attimo fatale.

Colpisce molto, questo esordio, per la naturalezza nel raccontare e per la capacità di tenere la barra dritta nella messa a fuoco dell’immaginario narrato, senza cedimenti intellettualistici o retorici di alcun tipo, nonostante la narrazione sia imperniata sulla consapevolezza esistenziale dell’incessante forza della biologia, che tutto domina e che muove gli animali (gli umani?) secondo le proprie leggi. La tonalità dominante, sia a livello contenutistico che a livello stilistico, è l’essenzialità: l’essenzialità dei rapporti tra esseri viventi, ridotti ai loro bisogni primari, l’essenzialità della voce narrante, l’essenzialità di una resa formale costruita su frasi brevi, secche, senza ornamenti.

Valga a mo’ di esempio questo passaggio, in cui i due fratelli, il protagonista e Leroy, discutono della possibilità di sfamarsi di un terzo fratello, Otis, debole e destinato a sicura morte:

Avevamo quasi sempre fame, dopo di quella veniva il freddo. Certi giorni non scendevamo proprio dal letto, e lottavamo con i crampi allo stomaco sotto le coperte, stretti l’uno all’altro. Una volta Leroy mi svegliò:

– Hai freddo?

– Ho fame, – risposi.

– Anch’io. Potremmo mangiarci Otis. È piccolo, e debole.

Non pensai mai che fosse uno scherzo. Tastai con la lingua i dentini che andavano crescendomi in bocca. Non dissi nulla.

– Forse ho più freddo che fame.

Nostra madre entrò nella tana prima che potesse rispondermi. In qualche modo, pensai che con la mia vigliaccheria potessi averlo offeso, e per un po’, anche dopo mangiato, non riuscii a prendere sonno. Da lì cominciai a capire che tra me e Leroy c’era una leggera, orribile differenza: era più animale di me. Pensare che anche lui se ne fosse reso conto mi angosciò parecchio. Tuttavia nessuno dei due mangiò Otis. Ne Leroy mangiò me.

Le dinamiche biologiche si mostrano impietose nella loro durezza, Archy sta guadagnando la consapevolezza della sua natura di debole rispetto al fratello Leroy, chiaramente destinato a prevalere secondo lo schema darwiniano, anche se poi quella stessa natura si rivelerà in una luce più completa, la luce della consapevolezza esistenziale.

Il primo segno della diversità di Archy viene mostrato in uno dei dialoghi tra Archy e la volpe Solomon, quando il protagonista, fino ad allora fragile, goffo e incapace di cacciare, mostra la qualità che lo destinerà ad altro: la sua intelligenza.

– Cos’è, l’osso non ti piace?  – Mi disse indicandolo.

– È vuoto, signore.

– Non sono un signore. Sono il TUO signore. Chiamami così.

Annuii, ma l’osso non lo toccai.

La vecchia volpe continuò a fissarmi.

– Non sei stupido, – disse, riempendosi il piatto. – No, non sei stupido affatto. Sei figlio di Davis, vero?

“Non sei stupido”. Il cinico e calcolatore Solomon riconosce che Archy non è stupido, e noi per la prima volta scopriamo che questa debole faina ha un punto di forza, si eleva rispetto ai suoi fratelli.

Se la narrazione funziona così bene lo deve proprio alla totale assenza di incanto, all’asciutta inesorabile impietosità con cui vengono disvelate le pulsioni che sottostanno alla vita animale.

Gli stupidi intenti cui fa riferimento il titolo non sono “miei”, ma “nostri”, perché nelle memorie di Archy la faina gli stupidi intenti animali, e quindi dell’animale umano, sono narrati con delicata lucidità.

Due scrittori affermati come Marco Missiroli e Giorgio Fontana, segnalando questo libro, hanno già gridato al “miracoloso romanzo” e allo “stato di grazia”:

“Esistono vari modi di strillare un libro magnifico. Ma solo un modo è giusto per “I miei stupidi intenti”: leggetelo, leggete questo romanzo in stato di grazia”

M. Missiroli

“Davvero non c’è nulla dell’esordiente in questo miracoloso romanzo che Marco Missiroli ha giustamente definito “in stato di grazia”: c’è invece una saggezza remota e profonda, di sapore biblico; c’è il segno inequivocabile della letteratura. Tutte le mie congratulazioni, tutti i miei auguri.”

G. Fontana

Concordiamo. Anche a volersi tenere lontani dall’enfasi, non si può non riconoscere come questo esordio costituisca un’insperata sorpresa, una piccola e preziosa gemma nel panorama editoriale.